sabato, 20 giugno 2009
All'inizio
ci venne donato il verbo,
la frase,
la capacità d'essere intesi
e fraintesi.

Ed ora facciamo di tutto
per fuggirne
l'ombra locusta,
muovendoci in universi
di simboli e rimandi.

Che parole dovrei usare?
Dovrei usare parole?
Dovrei fare parole?

Siamo noi, io e te,
noi
ad essere parole nuove.
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mercoledì, 06 maggio 2009
“Le hai viste?” Il motore del camion rimorchio romba sordo verso nord, con la marcia che gratta verso nord, con le ruote che girano verso nord. Noi portiamo il carico verso nord. A destra e a sinistra sfilano grigie stazioni di sosta – luci neon viola e blu; templi commerciali deserti, desertici; fabbriche di nuvole che diresti abbandonate; gru fameliche frugano la terra coi denti affondati nel fango. Ho solo occhi per la strada, abbastanza sgombra, mai abbastanza breve.

“Questa è radio biricchina e ora è mezzogiorno.” il dj è Dio, in questo far west; il dj ed io, sotto questo sole d’asfalto.

Attraversiamo alcuni paesini, che strozzando la strada ci costringono a rallentare: com’è possibile vivere in queste case di piatto cartone? Come si vive in questa scenografia disegnata male? Non ho mai sentito parlare d’assalti alle carovane e qui gli abitanti non sono indiani.

“Ti sei mai fermato a guardarle?” insiste l’autista del camion.

Con la testa faccio cenno di no, che non mi ero mai fermato mentre trasportavo un carico. Non ho intenzione di farlo oggi: ho solo voglia di sbrigare le consegne e portarmi fino ad un letto che ho già conosciuto, anni fa.

“Per guardarle devi fermarti, scendere, e guardarle.”

Per portare a destinazione il carico bisogna andare avanti, passare sotto una serie di cavalcavia con le scritte “Padania Libera”, “Veneto Stato”, “Via i Teroni”; entrare in gallerie - utero di pesante montagna non schiaccia; superare il cartello blu che uccide il Veneto e partorisce il Trentino. Io so bene cosa fare per portare a completare una consegna, e questo non comprende soste.

Con una pratica burocratica il camion supera una macchinina abitata da una famiglia trevigiana, a giudicare dalla targa. Immaginai cosa potesse essere di quella famiglia se il carico fosse per l’uomo sulla cinquantina al volante della bagnarola, per una sua tresca con una puttana: immaginai una prostituta di cui lui s’era innamorato, immaginai una triste storia d’amore finita male. Ma io non sono qui per esercitare la fantasia. Non voglio nemmeno farlo: per continuare a portare carichi non si doveva né immaginare né volere, bastava portare carichi. Portare carichi o farsi portare i carichi a domicilio, e forse un giorno diventare un carico: questa è l’unica scelta. Bisogna saper scegliere, prendere una parte, schierarsi, introdursi, darsi da fare. Business. Biznesssss.

“Io l’ho fatto. Io mi sono fermato a guardarle.” Non mi occupo di sapere cosa abbia fatto o meno il mio autista, se si potesse fare senza andrei da solo, se potessi rimanere solo non esiterei a farlo. Non me ne frega niente di cosa fa quest’omino seduto al posto di guida. Saperlo mi rende inquieto. Preferisco non sapere niente.

In questi casi, come insegna Humphrey Bogart, ci si accende una sigaretta, e la si fuma in lunghe tirate. Mangiarsi le unghie, difatti, non ti rende una persona migliore.

“Mi sono fermato. Perbacco se mi sono fermato! E vuoi sapere cosa ho visto?”

Questo omuncolo alla guida dell’autotreno, con quel ridicolo cappellino con visiera e la scritta nerd, la maglietta meno internet più cabernet, i guanti da pilota tagliati sulle nocche, gli occhi e gli occhiali da sole marroni, mi sta mettendo il nervoso. Ovviamente non mi ero mai fermato a guardarle, ovviamente non ne avevo intenzione, ovviamente non sapevo cos’avesse visto, ovviamente ero curioso. Ero curioso come una scimmia.

Essere curiosi come scimmie è pericoloso: sapete tutti come finiscono le scimmie.

Nick Cave canta alla radio: “Get ready to shoot your self!”: il dj è Dio e la scenografia rallenta, il camion si ferma.
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giovedì, 02 aprile 2009
Ho perlustrato la mia isola sondandone tutto l’esteso perimetro, fino a divenirne un esperto cartografo. Fittamente disseminati lungo la spiaggia, con i denti portanti abbarbicati nella rena, ponti – che non ricordo d’aver costruito – gettano protesi verso l’esterno mare: alcuni sono di legno, altri di ripidissima pietra, taluni sembrano essere fatti di un’unica lunghissima campata, altri ancora palesano un’architettura romanica.



Di nessuno di questi riesco, se non percorrendone un buon tratto, a vederne l’approdo, come di corde sparate nello spazio.



Nella mia isola ho tutto quello di cui ho necessità; strettamente tutto ciò di cui abbisogno e nulla, nulla di più. Non crescono, se non rari e vezzeggiati e difficili, fiori. Non si tengono feste, convegni, raduni politici, manifestazioni sportive. L’unico a parlare, e ad ascoltare, sono io. Gli animali – che hanno tana nel profondo della foresta sul promontorio orientale dell’isola – ogni tanto paiono prestarmi orecchio, ma non ho mai capito se la loro facoltà intellettiva li metta in grado d’intendermi, di capirmi. Spesso, del resto, dubito che io stesso ne sia capace.



Dopo lunghi anni di studio, ho decretato che quel tale errava: tutti gli uomini sono un’isola. Tutti gli uomini e tutte le donne sono un’isola. Ognuno – col suo piede valgo, vago occhio, ferma bocca rossa, intrepida mano, rado o fitto capellame, stretta coscia, incavo sentimentale, lustra palpebra, mustacchio austriaco, pendulo ginocchio, profondo seno, rosea chiappa – ognuno di noi è isola. L’ipotesi, che lascerò in calce a un mia qualche opera spinto da una deformazione professionale che mi spinge a ricercare la simmetria nelle relazioni d’equivalenza, è che tutte le isole siano uomini e donne.



Le stagioni s’avvicendano ineguali e non prevedibili; seguono, le nubi, l’alto volere di venti che m’è impedito d’investigare con metodo. Il cibo me lo procaccio coltivando un piccolo orto; oppure pescando, appollaiato su qualche ponte fidato; o, ancora, litigando alle bestie i prelibati frutti che crescono sugli alberi. Io ho decretato il nome di queste piante, di questi arbusti e di questi rampicanti; io ho nominato le varietà di pesci che mangio; sempre io ho scelto di non dare un nome agli animali, che, per quanto posso saperne, si sono già battezzati per lor conto col nome che gli spetta.



Io ho capito – e m’è voluto lungo studio – il mio nome, che è quello della mia isola. Non penso che il mio nome possa interessarvi. Le rare visite che ricevo – che preparo con cura, che respingo con vergogna, che trattengo con lavoro – non si sono mai interessate al nome che veste me e la mia Isola. Forse per noblesse oblige, timidezza, sussiego, imbarazzo, fretta o indifferenza non c’è mai molto spazio per le presentazioni formali.



Le rare visite che ricevo provengono sempre dai ponti più impensati, quei ponti che non mi sono mai nemmeno sognato di percorrere perché troppo instabili, pericolanti. Spesso le rare visite che ricevo se ne dipartono per altri ponti, dopo aver sentito i miei consigli, dato un occhiato alle mie mappe, confrontatele con le loro.



Da esploratore ho percorso quei ponti che presumo mi leghino ad un altro mondo, che non conosco se non in parte, se non attraverso i racconti di altri, le memorie di altri, le avventure di altri. Come un geografo ch’abita in un universo limitato ho percorso, cavalcando parole, pelle e sguardi dei miei inviati, un mondo che non mi conosce.



Il fenomeno più strano, più incomprensibile, è quello che travolge la mia isola ogni qual volta svolgo il cammino di qualcuno dei ponti. La mia isola muta non appena volto le spalle per posare piede su d’un gradino, per percorrere un metro lineare di ponte, che questo crolli sotto il mio peso – costringendomi ad un indecoroso rientro a nuoto – o che regga regalandomi il sogno d’un’altra isola; ogni volta la mia isola muta: a volte in modo quasi invisibile, a volte radicalmente, a volte solo in particolari minimi. Alle volte è l’odore dell’aria a essere diverso, alle volte il luccichio nell’occhio di qualcuna delle bestie che m’è più cara, alle volte le mie costruzioni hanno perso un piano, alle volte hanno una stanza in più. Continuamente la mia isola cambia. Questo non mi dispiace. Sempre, pur tornando nella mia isola, approdo ad un isola diversa.



Sono, quindi, grato, ad ognuno di questi ponti.



Sono grato ai ponticelli, piccoli e dimessi, stabili; sono grato a quelle ripidi, che per percorrerne un breve tratto richiedono un grande sforzo; sono grato a quelli di geometricamente impeccabile concezione, che nella loro ricerca di perfezione rifiutano il contatto col mare; sono grato a quelli di corda, su cui provo il mio equilibrio; sono grato a quelli bianchi, corrosi dal sale, dal sole, che non cedono alla stanchezza; sono grati ai semplici ponti di legno, che sanno d’orto e di frutteto; sono grato ai grandi ponti con tappeti e ghirlande e statue sul basamento, che così velocemente si sfaldano in polvere; sono grato ai ponti fatti di cristallo ballerino, fragili e belli, su cui ogni passo è danza, e ogni danza ne vale la pena.
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giovedì, 02 aprile 2009
(quest'articolo è apparso anche, in forma ridotta, su Universitando)





Io sono nato nel centro della periferia. La periferia esiste, banalmente, perché esiste un centro. Storico. Nel centro storico, in Europa, abitano i vecchi e i ricchi; fuori, in periferia, i poveri e gli artisti che non hanno ancora fatto successo. Il centro presenta estroflessioni nei quartieri residenziali, ma non ci interessa: il casolare nella campagna toscana non è periferia, è italian style of living. La periferia è quindi relativa al centro: il montecio è in periferia rispetto a Malo, che è in periferia rispetto a Vicenza, che è in periferia rispetto a Venezia che è in periferia rispetto a [...] che è in periferia rispetto a Nuova Iorc, che invece è in centro. Io sono periferico, ed è un bel punto per vedere le cose.

A me stanno antipatici tutti: gli intellettuali che parlano della periferia stando nei loro studi in centro, quelli che parlano del centro col culo al caldo nei loro villini nei quartieri residenziali. Mi stanno antipatici i rapper italiani di periferia che parlano d’una emarginazione che non conosco, i rapper e i guerrieri urbani del centro che fanno finta d’essere poveri e di periferia perché fa figo e spendono più soldi in vestiti di quelli che io spendo in mangiare. Mi stanno particolarmente antipatici le ragazzine che chiedono le monetine per prendere il treno, per andare chissà dove dalle loro mamme che chissà se sanno che elemosinano, o per comprare le sigarette e io di solito ho meno soldi di loro in tasca che sono vestite in tute tutte di marca. Mi stanno ancora più antipatici i filosofi, i sociologi che parlano in televisione, che mi dicono la loro opinione, bella, sistematica, intelligente. Alberoni, però, mi piace perché mi fa sentire, a confronto, intelligente.

Su telenuovo c’era questo dibattito sulla rivolta delle periferie, che v’ho trascritto perché vi facciate un’idea. Era già cominciato, e non so chi stesse parlando, ho messo dei nomi plausibili, tanto sono tutti uguali e ripetono le stesse cose da sempre.



Celentano che canta “...ma come fai a non capire \\ che e' una fortuna per voi che restate \\ a piedi nudi a giocare nei prati \\ mentre là in centro io respiro il cemento...” e poi afferma “Non so dirlo con altre parole, uè, la periferia è rocc!”. Poi c’è uno che ha ascoltato sempre De André ed afferma “Un buco di piscia e cemento spazzato dal vento. Non vi auguro d’andarci a vivere, anche se c’è il buon vino.”. Entra in scena il classico sociologo francesino alla Focault: “Ci sarà anche il buon vino ma, a maggior ragione per la presenza del rosso, la periferia rappresenta un modo-mondo d’implementare una forma di fascistizzazione biopolitica della società. Non esiste la periferia, ma le tecniche immobiliaristiche di isolamento dal centro.” Braudillard: “Non solo non esiste la periferia: non esistono nemmeno le circonvallazioni periferiche né il grande raccordo anulare. Nessun uomo è mai andato in periferia e non c’è stata nessuna guerra in periferia.”. Ecco Valerie Solanas, con tutù rosa e forbici in mano: “Forse nessun uomo, di sicuro nessun uomo col pene, ma di sicuro molte donne: la periferia è il luogo in cui il maschio col pene [apre e chiude le forbici] ha relegato la donna, per paura.”. Benedetto XVII: “Noi pensa che è contro lo rispetto di vita fare sesso con periferie senza scopo riproduttivo. Signore Grisù ha insegnato che emprione more se nasce in periferie.”. RBossi, entra a gamba tesa (e il braccio?): “Periferia, la so, la so: è quando tu arrivi, ciee, con la macchinona di babbo, ciee... tu arrivi, almeno qui da noi in padania, in italia non so, tu arrivi alle piste da sciare e c’è la periferia che ti porta in cima. Oh, qui in padania, dico...”.

Un brillante moderatore riprende la parola: “Giustamente, intelligentemente, RBossi parla di “fuori”. Notavo, parlando con un guardalinee, che la periferia è, per ognuno di noi, il fuori gioco. Come si capisce, vorrei chiedere ai nostri ospiti, ciò ch’è dentro e ciò ch’è fuori?”

RBossi: “Questa è una domanda trabocchetto, la commissione esaminatrice di parte e lei [indica la Solanas] donna! Io me ne vado.” e se ne esce bruciando una bandiera, una a caso.

Solanas: “Questo è fuori! Trattare così una signora [scoppia in lacrime]: aspettate che lo sappia mia papà.” esce dallo studio.

“Ordine, ordine: non cediamo alle provocazioni, che fanno solo odiens!”.

Entrano De Gregori e Guccini, sbronzi.

“E voi? chi vi ha invitato? Siete qui per intervenire? Ci si chiedeva come capire ciò ch’è dentro e ciò ch’è fuori.”.

De Gregori: “E non c’è niente da capire... Forse Vincent, con le sue informazioni, saprebbe dircene un po’ di più...”.

Guccini: “Ma non dite boiate. Ve lo dico io cos’è la periferia: è dove trovi il vino buono, le osterie di fuori porta, e le donne culone.”

Celentano: “Non è questione di dentro o fuori, uè, è questione di rocc o lento. Rocc o lento: questa è la domanda...”.

De André: “Ma va la va la, che non capisci un cazzo e non ti ricordi neanche le mie canzoni quando le canti al funerale! Quello si è stato fuori luogo!”

Focault: “Vedete, si crea tensione, invece che cercare un modo per uscire dalla periferie le dinamiche imposte al discorso erotico, l’agganciamento della scienza come appendici di tecnocrazia... il Post Moderno... litigate pure, io ho detto la mia.”.

Braudillard: “Non esiste dentro e fuori, non esiste nemmanco questa trasmissione televisiva, basta che mi paghiate il cachet!”.



Poi il tutto è sfumato su una canzone di rap francese delle banlieu. Quella mi stava meno antipatica, perché quelli li ho visti veramente, e un po’ paura la facevano. Non come i nostri, che son bravi solo a sputare per terra. Che qui da noi, tutto sommato, la periferia fa mica paura.



[...]

Un conseil messieurs-dames: n’ayez pas peur,

La zone à risques vous accueillera les bras ouverts.

[...]

Bienvenue dans la zone à risques! Risquée en quoi ?

Il faudrait bien qu’on le définisse

1er arrêt : Noisy, Bondy

2ème arrêt : Bagneux

3ème arrêt : Sarcelles

Dernier arrêt : Montrouge

Les plus grands trafiquants sont ceux qui nous dirigent,

Ils disent chez nous ça sent la pisse, ils nous salissent,

Au mic, je ne vise qu’eux.

1er arrêt : Marseille

2ème arrêt : Montfermeil

3ème arrêt : Les Ulys

Dernier arrêt.

[...]

Terminus tout le monde descend,

Rentrons dans la tece,

Hall 10 là où la fumée de bédo est dense,

Peu veulent bosser, trop collectionnent les procés,

Jouent les auch,

Crachent sur la chaussée, braquent des mecs fauchés,

A ma gauche c’est le cimetière d’autos désossées,

Victimes de rapaces peu dociles qu’ont l’appétit d’un tamagoshi.

La téci, nid à soucis, peu s’envolent d’ici,

La plupart garde la rue comme associé.

Beaucoup pissent sur le mot discipline,

Peuvent te planter aussi vite qu’un œil qui cligne,

Evitez tous ceux qu’ont des pensées basses comme le Ku Klux Klan,

Ici l’Arabe n’aime pas le Noir, le Noir n’aime pas le Blanc.

Les petits embrouillent les grands dans les coins sombres,

Des grottes profondes,

Il se passe des trucs pas très clean, certains de ceux qui se disent muslims

Pratiquent le viol en clan.

Tout ça nourrit le déclin, l’image des quartiers vole en éclats.




Da ascoltare su www.deezer.com/track/zonarisk-T27272



Che qui da noi la periferia fa mica paura, dicevo. Che qui da noi in periferia si guarda la televisione, ma adesso meno che rete4 è sul satellite. E poi si porta fuori il cane a pisciare e anche i punk le scatolette per i cani le trovano. Che qui da noi in periferia ci sono le prostitute per i clienti con suv e la cocaina, mentre in centro ci sono le prostitute per i cliente con il cayenne e la cocaina. Che da noi la periferia, la provincia, entra fin dentro le piazze principiali, e tutti son lì che leggono donna moderna e che guardano con attenzione Lapo Elkann (prostitute, macchine, cocaina...).

Che senso ha parlare di periferie quando avete tutti, e io con voi, disimparato a guardare le cose che stanno al centro? Siamo tutti nella periferia degli eventi a parlare di calcio e xfactor e ipod; tutti lì a far le ronde e a preoccuparsi della sicurezza del quartiere (periferico); tutti rinchiusi nel proprio giardino che l’altravelocitàilnuclearelacentraledismaltimentorifiuti va anche bene ma non nel mio giardino (periferico); assessori che danno soldi agli Schützen e alle bande di paese; tutti a tapparsi occhi orecchie e naso per non sentire la puzza che arriva dal centro.



FIRMA:

Giulio Dalla Riva, Mela Bettega, forse Luca Carollo, può essere anche che altri siano intervenuti.
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lunedì, 16 marzo 2009
Non sapremo mai chi di noi due fosse più spaventato. Chi, fra il turista e il cinghiale, più pavido e chi più saggio.



Di sicuro più rapido nella reazione, lui: io stavo irrorando, novello Grisù, i bassi cespugli del lungo mare toscano con la pipì; imbruniva.

Io e Lei avevamo piantato la tenda nel posto più isolato del parco nazionale. Non per intenti romantici – che Lei s’incazzava, a sentirsi dire romantica, Lei che era punkemodarck – ma per evitare che qualche guardia forestale venisse a chiederci spiegazioni del nostro accampamento abusivo. E del resto il perfetto Thomas le aveva consigliato un perfetto bed&breakfast.

Stavo quindi pensando a perché questo perfetto maschio alpha Thomas fosse stato abbandonato, di quali delitti si fosse potuto ricoprire, quando m’accorsi d’orinare sulla schiena d’un sus scropha.

Lui, il singhiale, (pelo corto, 4 anni a giudicare dalle zanne inferiori, sicuramente autoctono, in quota verdi) non so a cosa stesse pensando nel mentre lo colse tale ignominiosa doccia. Ritenni, tuttavia, che si stesse giudiziosamente incazzando.

Cominciò, il sennero, repentino la sua corsa. Io indirizzai la mia alla tenda, o meglio ad una radice che, stronza, sporgeva dal terreno. Il mio avanzare si tramutò quindi in un saltino, spiazzante: la traiettoria balistica della mia gittata intersecava con ingegneristica precisione la proiezione della corsa del senglars. Nel volo, per altro, il customino che lei m’obbligava a portare nonostante non ci fosse nessuno attorno per giorni, scese ulteriormente a legarmi i piedi.





Ci ritrovammo così, due maschi in età riproduttivi, con le nostre a vergogne all’aria, a scrutarci negli occhi a troppi pochi centimetri di distanza: eravamo, infatti, entrambi col peso di dover dimostrare alle nostre partner sessuali quelle qualità virili atte ad assicurare la fecondità dell’atto sessuale e la capacità di salvaguardare la prole che la selezione naturale, darwiniana o punteggiata che fosse, ci richiedeva.

I suoi occhi non lasciavano speranza: parlargli di intelligente design non l’avrebbe convinto d’un nostro comune destino teleologico.

Ponetevi il problema: che avremmo dovuto fare? Io avevo invaso il suo territorio, e lo avevo schernito. Lui, del resto, non aveva capito che quella era una latrina d’elezione. Lui aveva le zanne, io il doppio del suo peso. La boscaglia tratteneva il fiato guardando aspettandosi una tenzone epica. La sabbia assorbiva il nostro sudore come un paggio avrebbe terso la fronte del suo cavaliere.

In quel momento pensai a lei. Provai a misurare le dimensioni del mio trionfo, nel caso in cui ci fosse stato trionfo. Appena fossi stato a tiro di voce avrei ascoltato le sue lamentele sulla mancanza di una passeggiata con vetrine, dello struscio serale, dell’elettricità, dell’acqua corrente; nella fase di sistemazione in tenda lei m’avrebbe fatto gentilmente intendere quanto fosse stata perfetta la vacanza a sentsciapòalemer; e poi, nell’apice in cui avrei cercato di riscuotere, al suo severo e prezioso banco, il mio turgido pegno d’amore, in quel momento le cicale, le formiche, le zanzare, tutto il regno degli insetti, ogni singolo granello di sabbia, il suolo e anche il sottosuolo, i miei occhi, le sue cartoline per le amiche e persino il tramonto, le stelle, la notte e l’intero universo avrebbero tramato per rendere impossibile la nostra congiunzione carnale! Ah!

E così una cinghialina piangerà invano il suo cavaliere.



Sono convinto che considerazioni simili, simmetriche e complementari, abbiano attraversato la fronte del malombroso sulone, rendendo placido cucciolo. Si scrollo le ultime gocce di dosso. Io mi liberai della borghesia in microfibra degli slippini. Camminammo, non insieme che non ve n’era motivo, ma ognuno solo, verso la spiaggia per osservare il mareggiare invisibile del mondo sotto le stelle.
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categoria:cinghiali
lunedì, 16 marzo 2009
(Per il seguente testo si ringrazia la creatività di Giuseppe Povia, autore delle parole.)





Io non ho letto.



Non sono andato da psicologi, psichiatri, preti o scienziati,



sono andato nel mio passato, ho scavato e ho capito tante cose di me.



Più o meno come fa un piccione.



Prima di raccontare il mio cambiamento sessuale volevo chiarire che



se credo in Dio non mi riconosco nel pensiero dell’uomo, che su questo



argomento è diviso.



Lo so che è brutto il paragone, avevo 12 anni non capivo bene:



c’è un topolino, c’è un cagnolino; e un piccione vola basso.



Senza qualcuno nessuno può diventare un uomo.



Luca era gay



come un piccione a piedi nudi sull'asfalto:



ma che scemo.



Evviva i pazzi che hanno capito cos'è l'amore.



Nessuna malattia, nessuna guarigione:



ognuno è perfetto, mentre Luca era gay!



Dimmi che ci credi e che ti fidi.



Luca era gay,



è per questo che anche io non lo sopporto.



Luca era gay:



è un lupo nero che dà un bacino (smack)



a un agnellino.



Lo so che è brutto il paragone.



Io voglio andare a gattoni,



più o meno come fa un piccione.



Chi guida crede che mi mette sotto



ma io con un salto, all'ultimo momento,



volerò. Ma non troppo in alto.



Mi vergogno un po'



perché non so più fare "oh!".



Oh, ce l'ha fatta mia nonna per 50 anni con mio nonno in campagna:



l'amore sopra il cornicione. Dopo poco tempo cominciò a bere.



Luca dice: «Lo sai quante volte non pensavo a tuo nonno?»,



mi piglia perché i bambini non hanno peli né sulla pancia,



né sulla lingua. Ma col ditino ad alta voce,



almeno loro (eh)!



I bambini sono molto indiscreti, come i poeti.



Oh mamma mia, bada!



Ti sei fatto la bua? È colpa tua.



Luca era gay, però adesso sta con un altro uomo.



Luca era gay, però adesso sta con i bambini. Fanno “oh”.



Luca era gay, però adesso sta con un piccione.



Luca era gay, però adesso sta come un piccione.



Luca era lei.



Gay.



Cosa ci fanno due piccioni in una favola?



Due cuori sotto una campana.



Gay.







Perché il segreto è volare basso.



...nananananananananana...







remiczato da Luca (hansschnier.blogpost.com) e me
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giovedì, 26 febbraio 2009
Son bisogni primari,

sono sogni nei colori primari.



Vorrei trovare una

di quelle scatolette

con dentro un estintore.

Rompere in caso di incendio,

(Certo, poi bisognerebbe asciugare

il pavimento zuppo d'acqua, ma

ci pensiamo dopo, con l'estate.)



Avrei bisogno d'una bicicletta

e d'un abbonamento dell'autobus.

Avrei bisogno di svegliarmi,

per bene,

dopo aver dormito.

Avrei bisogno di tornare

nei tuoi sogni, d'uscire dai tuoi sogni.

Ho bisogno di sogni per scacciare

i vostri incubi. Ho bisogno di matite

colorate, fiori brillanti, parole sensate,

per colorare i vostri cuori.



Vorrei formulare una teoria del trasporto.

Dovrebbe spiegare, quanto meno, come:

isolare,

maneggiare,

trasferire un sorriso

senza che si trasformi in ghigno.

O almeno non farlo fuggire,

mai più. Mai più.

(Trascuriamo, per ora, cosa

sia un sorriso, e a cosa serva.)



Ho bisogno d'un sacco di cose,

per poterle dare

a chi ne ha bisogno.
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martedì, 03 febbraio 2009
L’ACQUISTO D’UN LIBRO DI KAFKA GENERA IL MONDO

ovvero, come far di Kafka un dio laico



Il “Museo di Kafka” si trova in quella che è stata la casa di Kafka. Davanti hanno imbullonato, in onore dello scrittore, un’enorme K di metallo, slanciata, grigia, doppia. È l’iniziale del nome Kafka, si scopre consultando la guida Routard di Praga: notizie vere e sorprendenti.

Ad accogliere il turista all’entrata, sul ciottolato che odora di sandalo, è un dipendente del museo in costume da dinosauro che ama declamare un poema scritto da lui medesimo: i visitatori del museo l’hanno tradotto in varie lingue, compresa quella sibilante, fischiante, insinuante, del commesso.

All’interno si possono trovare pile di libri di facile vendita – soprattutto storie d’adulterio femministaseparatiste nell’antico Egitto in cui s’è specializzato il bookshop – alte fino al tetto, al cielo, a Dio.

Sempre secondo la guida Routard, i veterinari curatori dell’allestimento pensavano che un’artista famoso come Kafka avesse una casa grande, con la piscina, lacchè a servire vassoi di cocktail, un televisore al plasma.
Disgustati di quella catapecchia, incastrata nelle mure della città vecchia, si sono resi conto che lo spazio era appena sufficiente per ospitare il bookshop. Un progetto prevede per il 2012 la costruzione d’un container in cui ospitare la dignità dello scrittore; purtroppo, per le sue parole, non s’è potuto trovare una soluzione migliore che l’immersione nel nichilismo Nietzschiano.

L’interno è in tipico stile notarile. Anni di regime comunista hanno lasciato il loro macabro marchio: la guaina mielinica degli oggetti, lungo i bordi, si va sfacendo in letteratura; stampe pornografiche rivestono i muri; ragnatele di burocrazia velano il soffitto; sul pavimento di meraklon – polipropilene isotattico (Giulio Natta, 1954) – affianco al banco frigo – in cui troverete ottime offerte sui librinculi di Borges, sui pezzetti (t)umorali della Fallaci, sui freschissimi Odifreddi autografi d’importazione, sui Ken Follett affetti da priapismo – è cosparsa della incestuosa lascivia che rende il pavimento sdrucciolevole: attenzione!

Un graffito osceno nella toilette recita: “Il tutto crolla toccandogli con due dita le fondamenta intime: crolla e, insistendo, si copre d’umori. Insistete”.

La guida racconta che, per via d’una copia di “Lettere 1904-1924” – acquistata distrattamente da uno studente – s’è recentemente innescato un processo d’autocatalisi, allargatosi a macchia d’olio fino a coinvolgere il ciottolato e la sovrastante lettera K, condotta così ad una quiete soprarazionale, ed indi ingravidandola: abiogenesi.
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martedì, 03 febbraio 2009
IL TENTATIVO DI COMPRARE UN LIBRO DI KAFKA GENERA IL MONDO

ovvero, come fare di kafka un dio laico


“Ciao mi presento. Sono Giulio”. Reclino la schiena. Faccio della spina dorsale frusta. Sbatto violentemente la testa sul bancone di legno della libreria. Alzando la fronte mi appare abbastanza lapalissiano che non ho attirato l’attenzione del servile, quanto ottuso, commesso. L’imbelle è tutto abbandonato nel lodare, in quella sua strana lingua, fischiante, sibilante, insinuante, il dorso d’un librinculo di Borges: la cliente – non posso pensare che veramente comprenda quelle parole idiote – finge, con maestria, interesse. Pone pure delle domande sulla copertina, sulla qualità della carta. Si fa sinuosa. Addenta, con una carica sessuale che non posso reggere, un canederlo.

Non ho alcuna speranza.

Vorrei chiedere loro spiegazione di quell’enorme K, di grasso ferro, posata davanti alla porta di questo parallelepipedo che osano definire – è presente sulla mia guida Routard – “museo”.

Allontano con una spinta sorprendente una teen-ager u.s.a. che cerca di tamponarmi la ferita sulla fronte con le pagini abassiali d’un bestseller postumo della Fallaci: cerco di spiegarle che la fronte non è mia: non più mia. Sputo rabbia salivale sul muso di furetto del commesso.

Corro a perdifiato attorno ad una pila di volumi, ognuno spesso quattrocento pagine – densamente riempito, “incollandovi alla pagina fino all’ultimo respiro”, d’una storia d’adulterio incestuoso femministaseparatista nell’antico Egitto – per espellere le tossine cancerogene. Per rimanere in piedi mi appoggio agli scaffali, ad una scaletta, alla signora bionda, ad un dinosauro e tutto, lentamente, crolla. Il tutto crolla quando ti prendi la libertà di toccargli con due dita le fondamenta intime: crolla e, se insisti, si copre d’umori.

Insisto.

Si sfasciano le cartapeste che per pura perfidia coprono i muri. Scivola a terra la gonna di meraklon, polipropilene isotattico (Giulio Natta, 1954) della teen-ager, lasciando apparire due canne da pesca dove mi aspettavo delle cosce. I vetri si sciolgono in gelatina; li assaggio e risultano gradevolmente dolci. “Lettere 1904-1924” mi fa lo sgambetto.

Mi siedo, disperato attendo che torni la calma, ma il commesso larviforme e tutto il suo spazio proiettivo diventano un K; la guaina mielinica degli oggetti reali si tramuta in letteratura; eritropsia; io stesso mi faccio epistolario con mio padre. “Fatemi entrare” esclama K, fuori dalla mia portata visiva, “Io sono un museo”. Sappiamo perfettamente che non è vero: la lettera K è maiuscola, k è minuscola, ma ha giaciuto nella mente del libraio con la sorella di tutti noi.

Un diplodoco declama un poema scaldico. Mi abbandono ad una danza tectonica nella speranza d’innescare un processo di autocatalisi che mi conduca alla quiete soprarazionale, gravido.
Abiogenesi.
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giovedì, 08 gennaio 2009

Battete le mani,

coi tamburi suonate,

soffiate nei corni:

si naviga a vista

in questo mar

di neve, nevischio

e sabbia per gatti.

 

Alzate la testa,

le braccia ruotate,

saltate s'un piede:

se l'armonia mancate,

dimenticate il contegno

e rincorrete il ritmo.

 

Suonate e cantate,

urlate e piangete;

bevete bevete,

miei cari,

che d'arrivar a riva,

non c'è certezza alcuna!

 

Le mani battete,

suonate i tamburi,

nei corni soffiate:

si naviga a vista

in questo mar

di neve, nevischio

e sabbia per gatti.

 

Si va di cabotaggio

in questa vita

di sfumature incerte,

di sincopi e iperboli,

e d'incerto atterraggio.

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