giovedì, 15 ottobre 2009
Oggi accarezzo

i tuoi corti capelli

sorrido un po' di più,

mentre il sole

(viso pallido)

canta sopra il verde

ed il freddo mi versa una lacrima

colorando il cielo

di rosa ed azzurro.



Sempre il freddo:

mi fa tremare

come di paura

per qualcosa che si perde

e qualcosa che si vince.
postato da: ipnotreno alle ore 15:38 | Permalink | commenti
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sabato, 12 settembre 2009
Arriva il tempo
di dare e ricevere
quel che ci spetta.

Arriva un cielo
più grigio, e non
meno bello, affollato
di nuvole da soffiare.

Si lasciano cadere
le bandiere e le foglie,
i baci sulle palpebre.

Diamo fuoco ai cuscini,
allora, diamo fuoco
alle nuvole! Diamo fuoco
ai bilanci, alle false
promesse, alle accuse
di sua assenza il giudice,
ai piloni dell'autostrada
che non ci porta da nessuna parte,
alle liriche sociali e alle prose
incontestabili.

Fate aria,
date modo,
battete le mani,
ai fratelli dispersi,
ai fratelli irriconoscente,
ai fratelli resi ciechi da
unghie, polvere e lacrime.

Arriva il tempo.
postato da: ipnotreno alle ore 13:23 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 29 agosto 2009
Non ci son date
istruzioni né manuali
(pochi consigli,
non sempre buoni)
per stare in
equilibrio.

Dobbiam lo stesso
saltare
con la testa protesa
in avanti
nel cerchio di fuoco,
fingendoci leoni
(e magari poggiare
prima i piedi, della zucca).

Ci si bruciacchia,
ci si sloga e sbugna,
si sbuffa e si suda
nel circo. La maggior parte
della gente che s'incontra,
diciamolo fra noi,
è pubblico pagante,
nient'altro che pubblico
pagante:
gli unici interessanti,
gli unici possibili,
gli unici veri
sono freak, mostri, ballerine
e, qualcuno sostiene, vecchi impresari
con la barba bianca un po' avvinazzata.

Non è la compagnia giusta,
se si nasce senza umorismo.
In compenso, sappiatelo fin da
subito, ogni sentimento,
ogni lacrima e ogni sorriso,
verrà ricompensato dal nano
col cravattino.
postato da: ipnotreno alle ore 01:50 | Permalink | commenti (7)
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lunedì, 24 agosto 2009
Di maree, di influssi,
reflussi e sole,
sei fatta: di acqua
che rinfresca e d'acqua
ch'affonda, cattura, si muove,
nasconde.

Sei di terra,
della terra che
arrossisce
spavalda al tramonto,
e trema per il freddo,
l'alba.

Il sole si specchia
sulla tua pelle, e riverbera
la luce, incerta
anche lei.

Dovrei essere marinaio:
sapere di moti ondosi,
di stelle,
di venti e sirene;
son di terra anch'io:
di sasso, d'altura,
d'ombra e rischio,
mia sventura, mia avventura,
d'annegarmi, nelle tue
acque: nell'acqua che trovo,
arso di sete, in te.
postato da: ipnotreno alle ore 00:36 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 25 luglio 2009
This land
is my land.

La terra, che so
essere mia,
profuma di pioggia
assetata e faticata.

Tengo i finestrini bassi,
capelli scompigliati
dal vento ancora bagnato,
e seguo i fari
rossi e umidi
della macchina che mi precede.

Non so più leggere,
né le strade né i colori
che i semafori rimbalzano
sull'asfalto:
lascio i miei fari
scoprire piano piano
il manto stradale
e le sue curve.

Accarezzo cauto, questo
veneto -
alto vicentino -
casa mia -
soppesandone lo sguardo,
prima delle parole,
come chi dovesse ritrovare
la fiducia d'un amico.

Tutta la terra
è la mia terra,
e non è di nessuno,
come un amico,
o una donna.
postato da: ipnotreno alle ore 01:48 | Permalink | commenti (2)
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domenica, 19 luglio 2009
Sul pavimento,
come i cani
per disperdere il calore,
per non sentire l'odore
del dolore. Quello mio,
quello tuo, e quello che
cinge e abbraccia, l'aria
che respiriamo eretti.

Sul pavimento,
dicevo,
si sta comodi:
basta respirare veloci
come passerotti,
e contare i secondi
con la testa.

Da qui, dal pavimento,
posso tenere sotto controllo
la felicità,
che non si sporchi
di terra e unghie e delle altre
nefandezze,
che vi sono sul pavimento.
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domenica, 19 luglio 2009
A casa, a casa mia.
Quindi è questa casa mia?

Sfilano i carri
allegorici, in paese:
è il carnevale estivo.
Qualcuno – mi chiedo se lo conosco –
dalla sua macchina
spara i Timoria a tutto volume
e la via se ne riempie.

Posso sentire qualche insetto
cantare, questa notte.
Come una cicala anch'io:
sfrego le mie gambe
per produrre rumore.

Ma non ho scheletro –
pelle dura o indurita –
come cicala.
E perdo pezzi, nel mio canto,
sanguino e mi stanco.

Questa, dunque, è casa mia?
Qui dove mi sento estraneo,
ma nascosto, se solo rimango
abbastanza
fermo?

E chi abita, in casa mia?
Di chi, fra le molte,
le impronte sono rimaste
delle ombre sui muri?
postato da: ipnotreno alle ore 00:18 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 20 giugno 2009
All'inizio
ci venne donato il verbo,
la frase,
la capacità d'essere intesi
e fraintesi.

Ed ora facciamo di tutto
per fuggirne
l'ombra locusta,
muovendoci in universi
di simboli e rimandi.

Che parole dovrei usare?
Dovrei usare parole?
Dovrei fare parole?

Siamo noi, io e te,
noi
ad essere parole nuove.
postato da: ipnotreno alle ore 11:23 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 06 maggio 2009
“Le hai viste?” Il motore del camion rimorchio romba sordo verso nord, con la marcia che gratta verso nord, con le ruote che girano verso nord. Noi portiamo il carico verso nord. A destra e a sinistra sfilano grigie stazioni di sosta – luci neon viola e blu; templi commerciali deserti, desertici; fabbriche di nuvole che diresti abbandonate; gru fameliche frugano la terra coi denti affondati nel fango. Ho solo occhi per la strada, abbastanza sgombra, mai abbastanza breve.

“Questa è radio biricchina e ora è mezzogiorno.” il dj è Dio, in questo far west; il dj ed io, sotto questo sole d’asfalto.

Attraversiamo alcuni paesini, che strozzando la strada ci costringono a rallentare: com’è possibile vivere in queste case di piatto cartone? Come si vive in questa scenografia disegnata male? Non ho mai sentito parlare d’assalti alle carovane e qui gli abitanti non sono indiani.

“Ti sei mai fermato a guardarle?” insiste l’autista del camion.

Con la testa faccio cenno di no, che non mi ero mai fermato mentre trasportavo un carico. Non ho intenzione di farlo oggi: ho solo voglia di sbrigare le consegne e portarmi fino ad un letto che ho già conosciuto, anni fa.

“Per guardarle devi fermarti, scendere, e guardarle.”

Per portare a destinazione il carico bisogna andare avanti, passare sotto una serie di cavalcavia con le scritte “Padania Libera”, “Veneto Stato”, “Via i Teroni”; entrare in gallerie - utero di pesante montagna non schiaccia; superare il cartello blu che uccide il Veneto e partorisce il Trentino. Io so bene cosa fare per portare a completare una consegna, e questo non comprende soste.

Con una pratica burocratica il camion supera una macchinina abitata da una famiglia trevigiana, a giudicare dalla targa. Immaginai cosa potesse essere di quella famiglia se il carico fosse per l’uomo sulla cinquantina al volante della bagnarola, per una sua tresca con una puttana: immaginai una prostituta di cui lui s’era innamorato, immaginai una triste storia d’amore finita male. Ma io non sono qui per esercitare la fantasia. Non voglio nemmeno farlo: per continuare a portare carichi non si doveva né immaginare né volere, bastava portare carichi. Portare carichi o farsi portare i carichi a domicilio, e forse un giorno diventare un carico: questa è l’unica scelta. Bisogna saper scegliere, prendere una parte, schierarsi, introdursi, darsi da fare. Business. Biznesssss.

“Io l’ho fatto. Io mi sono fermato a guardarle.” Non mi occupo di sapere cosa abbia fatto o meno il mio autista, se si potesse fare senza andrei da solo, se potessi rimanere solo non esiterei a farlo. Non me ne frega niente di cosa fa quest’omino seduto al posto di guida. Saperlo mi rende inquieto. Preferisco non sapere niente.

In questi casi, come insegna Humphrey Bogart, ci si accende una sigaretta, e la si fuma in lunghe tirate. Mangiarsi le unghie, difatti, non ti rende una persona migliore.

“Mi sono fermato. Perbacco se mi sono fermato! E vuoi sapere cosa ho visto?”

Questo omuncolo alla guida dell’autotreno, con quel ridicolo cappellino con visiera e la scritta nerd, la maglietta meno internet più cabernet, i guanti da pilota tagliati sulle nocche, gli occhi e gli occhiali da sole marroni, mi sta mettendo il nervoso. Ovviamente non mi ero mai fermato a guardarle, ovviamente non ne avevo intenzione, ovviamente non sapevo cos’avesse visto, ovviamente ero curioso. Ero curioso come una scimmia.

Essere curiosi come scimmie è pericoloso: sapete tutti come finiscono le scimmie.

Nick Cave canta alla radio: “Get ready to shoot your self!”: il dj è Dio e la scenografia rallenta, il camion si ferma.
postato da: ipnotreno alle ore 16:12 | Permalink | commenti (4)
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giovedì, 02 aprile 2009
Ho perlustrato la mia isola sondandone tutto l’esteso perimetro, fino a divenirne un esperto cartografo. Fittamente disseminati lungo la spiaggia, con i denti portanti abbarbicati nella rena, ponti – che non ricordo d’aver costruito – gettano protesi verso l’esterno mare: alcuni sono di legno, altri di ripidissima pietra, taluni sembrano essere fatti di un’unica lunghissima campata, altri ancora palesano un’architettura romanica.



Di nessuno di questi riesco, se non percorrendone un buon tratto, a vederne l’approdo, come di corde sparate nello spazio.



Nella mia isola ho tutto quello di cui ho necessità; strettamente tutto ciò di cui abbisogno e nulla, nulla di più. Non crescono, se non rari e vezzeggiati e difficili, fiori. Non si tengono feste, convegni, raduni politici, manifestazioni sportive. L’unico a parlare, e ad ascoltare, sono io. Gli animali – che hanno tana nel profondo della foresta sul promontorio orientale dell’isola – ogni tanto paiono prestarmi orecchio, ma non ho mai capito se la loro facoltà intellettiva li metta in grado d’intendermi, di capirmi. Spesso, del resto, dubito che io stesso ne sia capace.



Dopo lunghi anni di studio, ho decretato che quel tale errava: tutti gli uomini sono un’isola. Tutti gli uomini e tutte le donne sono un’isola. Ognuno – col suo piede valgo, vago occhio, ferma bocca rossa, intrepida mano, rado o fitto capellame, stretta coscia, incavo sentimentale, lustra palpebra, mustacchio austriaco, pendulo ginocchio, profondo seno, rosea chiappa – ognuno di noi è isola. L’ipotesi, che lascerò in calce a un mia qualche opera spinto da una deformazione professionale che mi spinge a ricercare la simmetria nelle relazioni d’equivalenza, è che tutte le isole siano uomini e donne.



Le stagioni s’avvicendano ineguali e non prevedibili; seguono, le nubi, l’alto volere di venti che m’è impedito d’investigare con metodo. Il cibo me lo procaccio coltivando un piccolo orto; oppure pescando, appollaiato su qualche ponte fidato; o, ancora, litigando alle bestie i prelibati frutti che crescono sugli alberi. Io ho decretato il nome di queste piante, di questi arbusti e di questi rampicanti; io ho nominato le varietà di pesci che mangio; sempre io ho scelto di non dare un nome agli animali, che, per quanto posso saperne, si sono già battezzati per lor conto col nome che gli spetta.



Io ho capito – e m’è voluto lungo studio – il mio nome, che è quello della mia isola. Non penso che il mio nome possa interessarvi. Le rare visite che ricevo – che preparo con cura, che respingo con vergogna, che trattengo con lavoro – non si sono mai interessate al nome che veste me e la mia Isola. Forse per noblesse oblige, timidezza, sussiego, imbarazzo, fretta o indifferenza non c’è mai molto spazio per le presentazioni formali.



Le rare visite che ricevo provengono sempre dai ponti più impensati, quei ponti che non mi sono mai nemmeno sognato di percorrere perché troppo instabili, pericolanti. Spesso le rare visite che ricevo se ne dipartono per altri ponti, dopo aver sentito i miei consigli, dato un occhiato alle mie mappe, confrontatele con le loro.



Da esploratore ho percorso quei ponti che presumo mi leghino ad un altro mondo, che non conosco se non in parte, se non attraverso i racconti di altri, le memorie di altri, le avventure di altri. Come un geografo ch’abita in un universo limitato ho percorso, cavalcando parole, pelle e sguardi dei miei inviati, un mondo che non mi conosce.



Il fenomeno più strano, più incomprensibile, è quello che travolge la mia isola ogni qual volta svolgo il cammino di qualcuno dei ponti. La mia isola muta non appena volto le spalle per posare piede su d’un gradino, per percorrere un metro lineare di ponte, che questo crolli sotto il mio peso – costringendomi ad un indecoroso rientro a nuoto – o che regga regalandomi il sogno d’un’altra isola; ogni volta la mia isola muta: a volte in modo quasi invisibile, a volte radicalmente, a volte solo in particolari minimi. Alle volte è l’odore dell’aria a essere diverso, alle volte il luccichio nell’occhio di qualcuna delle bestie che m’è più cara, alle volte le mie costruzioni hanno perso un piano, alle volte hanno una stanza in più. Continuamente la mia isola cambia. Questo non mi dispiace. Sempre, pur tornando nella mia isola, approdo ad un isola diversa.



Sono, quindi, grato, ad ognuno di questi ponti.



Sono grato ai ponticelli, piccoli e dimessi, stabili; sono grato a quelle ripidi, che per percorrerne un breve tratto richiedono un grande sforzo; sono grato a quelli di geometricamente impeccabile concezione, che nella loro ricerca di perfezione rifiutano il contatto col mare; sono grato a quelli di corda, su cui provo il mio equilibrio; sono grato a quelli bianchi, corrosi dal sale, dal sole, che non cedono alla stanchezza; sono grati ai semplici ponti di legno, che sanno d’orto e di frutteto; sono grato ai grandi ponti con tappeti e ghirlande e statue sul basamento, che così velocemente si sfaldano in polvere; sono grato ai ponti fatti di cristallo ballerino, fragili e belli, su cui ogni passo è danza, e ogni danza ne vale la pena.
postato da: ipnotreno alle ore 15:51 | Permalink | commenti (8)
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